C'è un gruppo di ragazzi in Valtellina che si sta dando un gran da fare, di questi tempi, come testimonia la loro bella battaglia per ottenere nuovamente lo sconto Trenitalia.
Il 21 e 22 novembre si terranno le primarie dei giovani del PD ed è un'occasione, per tutti colori i quali hanno tra i 14 e i 29 anni, di partecipare e testimoniare il loro "ci sono".
E' un momento delicato e strano per il nostro Paese. Un momento in cui non nascondere la testa sotto la sabbia, ma combattere e tirare fuori anche le unghie.
Qui di seguito riporto i candidati e i luoghi dove ci saranno i gazebo e sarà possibile votare.
A titolo personale, io apertamente appoggio le candidature di Davide Roncaioli per l'Assemblea Regionale e di Giuseppe Bufalino per l'Assemblea Nazionale, ovviamente augurando buona fortuna a tutti.
Giuseppe Bufalino
Giacomo Ciapponi
Margherita Giordano
Ogni giovane tra i 14 e i 29 anni potrà partecipare alla costituzione dell'organizzazione giovanile del Pd, votando presso il seggio più vicino alla propria residenza, nelle date 21-22 novembre; Sondrio (sabato Gazebo in piazza Campello), Chiavenna (sabato Gazebo in piazza Pestalozzi), Tirano (venerdì Gazebo centro commerciale ) Morbegno (sabato Piazza San Antonio).
Saranno presenti ai gazebo i Giovani Democratici della provincia.
Giornata grigia. Ho la tosse che non mi dà tregua, neppure il giorno dell'armistizio.
Da ore una macchina da scrivere fa pendant con la mia noia.
Giù al primo piano.
Più forte della pioggia, ora che fuori splende una Luna ventosa.
Più regolare di un metronomo, e c'è infatti un violoncello che suona.
Mentre il solito micio sempre sospeso guarda intorno, alla finestra calo la mia domanda: nel salire al terzo piano, il suono di una macchina da scrivere sublimerà evaporando nei miei sogni di stanotte?
Mi piace perdermi in questa evasione: ora il ticchettio si fa più forte e serrato, come l'emozione di uno sguardo che spero di incrociare.
Ora si fa premuroso e già prefiguro incontri attesi da tanto.
Ora è lento e calmo, come una decisione da maturare, finalmente.
Chissà.
Chissà chi sei, mio caro vicino. O mia cara vicina.
Sotto le coperte, mi arrotolo come un foglio sul rullo: e aspetto.
I sogni dettati da una macchina da scrivere sono il ritardo di una speranza.
Che prima o poi se ne va a capo.
È una riscossa che parte da lontano: un vento che soffiava dal 1971 è forse cambiato.
Erano anni confusi e questo signore, allora segretario al tesoro della presidenza Nixon, contribuì all’eliminazione del regime di convertibilità dell’oro segnando la fine di Bretton Woods. Lui, democratico convinto, fu poi nominato da Carter governatore della Fed. E riconfermato nel ruolo da Ronny Reagan.
La prendo alla lontana ma è una frustrazione che si misura con la calma di un’era, la mia.
Da quel momento, infatti, furono per l’appunto due governi Reagan e, in Europa, l’avvento della Lady di Ferro. Con la crisi inesorabile di un modello sociale alternativo, a sinistra, e la destra, in modo insopportabile, a dettare l’agenda politica col sapore di eternità.
La semplificazione è grossa, ma pure il senso di liberazione provato ieri sera.
Era da molto che trattenevo un grido in pancia: sicuro di un trionfo prodiano nel 2006, il risveglio di quella notte elettorale fu drammatico e teso, con la maggioranza appesa alla longevità di Rita Levi Montalcini ed una legislatura da cardiopalma durata il tempo di un'angina. L’anno scorso, ancora, la débacle democratica e l'ennesimo trionfo della grande S.
E poi quel perenne senso di insoddisfazione per l’amministrazione del mio paesino in mezzo alle Alpi, della mia provincia, della mia regione, del mio stato, del mio continente.
Non rimaneva che un ultimo sassolino da lanciare e l’imprevedibilità di un esito: c’erano speranze da allargare in un ultimo cerchio o, piuttosto, il lento affondare di uno smarrimento.
Così, sarà forse l’esagerazione del racconto, ma ieri sentivo la notte dentro ai pugni e la tensione di una scommessa da giocare fino in fondo. Al bar The Lions, in Rue Montmartre, ci sono arrivato con calma: prima un Woody Allen di quelli d'annata e l’elegia raffinata di Barcellona; poi una passeggiata serena, al freddo di una notte grigia che Parigi regala in quantità.
Dentro Dylan ci aspettava con la sua ragazza: un mazzo di persone spuntava come fiori sulla strada. Vociare, fumo e birra per rilassarsi un po’.
E i primi exit-poll fuorvianti, con percentuali improbabili: Dylan che mi spiega il meccanismo americano che non comprendo molto. Mi piace di lui l’orgoglio con cui rivendica l’efficacia di un sistema o, quanto meno, l’attenzione ai limiti che la stessa democrazia deve porsi perché ci sia vera rappresentanza e stabilità di un governo.
Chi prende il 50% di voti più uno ha diritto a vincere?
Mentre la gente si accalcava sempre più nel bar e l’Indiana ondeggiava con dei jump impossibili, sono sceso al piano di sotto.
Niente politica, per qualche minuto: solo un tavolo da biliardo e qualche chiacchiera tra amici.
Poi di nuovo su. Ordiniamo un hamburger per creare un po’ di ambiance?
Dimenticavo che sono in Francia: la cuisine est fermée, monsieur, je suis vraiment desolé.
Allora via, per le strade deserte. È destino che un kebab senza cipolla mi faccia da compagno in una notte speciale. Quando torno al bar, la tensione non è ancora liberata, ma la promessa d’Ohio è un urlo incontenibile di gioia.
Urlo anch’io, mentre Jennifer in collegamento via ologramma (!!!!) da Chicago sembra Lord Fenner ingentilito.
Mi sento dal lato giusto della forza, inutile dirlo.
C’è sempre più gente intanto, gli amici alla spicciolata cominciano a cedere al sonno mentre un capannello di persone circonda la tv.
È a questo punto che arriva Charlotte: bellissima, mi osserva coi suoi occhioni blu e comincia a parlare tutta simpatica. Sei italiano? E cosa fai qui? Io sono per metà francese ; adoro Milano e così e cosà. Mentre penso yes we can, un tipo da dietro irrompe e me la porta via.
Come una stecca da biliardo mi manda in buca mentre il South Dakota si colora di rosso col faccione stupido di McCain.
È un momento: uno di quelli in cui ti senti fuori da te e le voci rimbombano e sei in ritardo. Un tizio prepara il tabacco e mi osserva. Il primo presidente nero della storia ha la tranquillità di una sigaretta da rollare.
Che Paese, l'America.
Ma noi, in fondo? Un ladro è presidente del Consiglio; un massone golpista conduce trasmissioni all’interno del liquame televisivo. E nel piccolo di un paesello alpino, se prendi a calci un ragazzo ti fanno assessore.
I have a nightmare, ma non è tempo di rancore.
Non questa notte. Ho un sasso da tirare in mare. Ho quell’ultimo cerchio da vincere. La Florida è una speranza che sboccia. Urla di gioia, abbracci, qualcuno forse ha rapito la bella Charlotte. E ci può anche stare.
Io me ne torno a casa, nel silenzio di Parigi. Seguo i passi sordi, la notte grigia vicino a Etienne Marcel. Salgo le scale e mi sento leggero. Non ho sonno ma forse sto sognando. Messaggio di Dylan: It's great... almost feels real.
C’è Obama verso le 5 che fa il suo primo discorso da presidente. Un parco felice lo ascolta, gli occhi e il cuore delle persone che ti sembra battere vicino a te. Il mantra del change è una fissazione felice in mezzo alle altre parole.
Si fanno confusi i miei pensieri. Il caldo del piumino mi addormenta: e penso a Lady Thatcher. No such thing as society….
Ma Obama chiude l’uroburo: “non esiste un’aggregazione di individui, esiste un Paese e la sua comunità”.
Mi viene la pelle d’oca e voglio che mi resti: mi alzo e chiudo la finestra. Il vento è cambiato e ho proprio voglia di sognare.
Ero perplesso quando, prima delle elezioni comunali, l'attuale sindaco di Sondrio annunciò l'alleanza con il gruppo Sondrio Accesa: ero perplesso perchè mi pareva un movimento populista e demagogo.
E perchè credo che in politica contino la responsabilità e l'educazione, qualità sconosciuta al leader di quel movimento e attuale Assessore al Commercio del Comune di Sondrio.
Leggo dell'aggressione ad Enrico Bongiolatti, cui va tutta la mia solidarietà.
Immagino che esistano tempi tecnici di reazione al fatto e che non sia facile scombinare gli equilibri di una giunta, visto il ruolo che Ferrara vi ricopre.
Tuttavia questo è il prezzo delle patate bollenti.
Io non ne posso più di leggere sui giornali che Licio Gelli presenta Venerabile Italia. E nessuno dice niente.
Che Cossiga consiglia infiltrazioni di poliziotti nei cortei per pestare i manifestanti. E nessuno dice niente.
Che degli ultrà di destra picchiano la redazione di Chi l'ha visto. E nessuno dice niente.
E nel nostro piccolo, che continui il malcostume di persone incivili e palesemente unfit, spesso ricoperte di ruoli pubblici solo per giochi di potere distanti anni luce dalla dignità.
Francesco Ferrara ha dimostrato di essere un caratteriale.
Una persona violenta e, anche solo per questo, condannabile.
Una persona che non ha la credibilità per esercitare una funzione pubblica in un'amministrazione comunale.
Per quanto mi riguarda, considererò connivente chiunque proverà a metterci una pezza: anche il silenzio e l'attesa imbarazzata sono violenza.
Parigi è un vinile che cerca il suo centro: la bici raffina parole che un semaforo frena sulla puntina del tuo piede. E allora segui il giradischi con due ruote fatte d’inchiostro.
C’è un laghetto a Buttes Chaumont come una tazza di té: filtrare la malinconia per aspettare un ricordo.
C’è un’ipotesi d’arcobaleno in fondo all’RER.
C’è un bimbo che corre: l’astuccio di legno è un intervallo di matite.
C’è un ragazzo che accompagna un cane cieco.
C’è il monolito nero a Montparnasse.
C’è davvero una lumaca al Pere Lachaise al funerale di una foglia morta.
C’è Prevert che fa rime con la primavera.
C’è una biblioteca a forma di libro spalancato al cielo.
C’è in cima a rue Saint Jacques di qua il Pantheon a invaderti come un impero; di là, la torre Eiffel che spunta da Luxembourg.
C’è il giardino di Luxembourg, appunto: una fontana dorme e non s’è accorta del congresso di Vienna.
C’è il canale Saint Martin: cerchi sempre più larghi. Sempre più.Sempre.
C’è una casa in Quincampoix: un gatto disegnato sul davanzale fissa annoiato café Le parvis.
C’è puzzo di piscio e poca poesia, talvolta.
C’è un tizio sospetto che sgancia bomboloniin Saint Honoré.
C’è un semaforo e due innamorati: guardano felici in direzione opposta.
C’è il velib che ha finito la mezz’ora: girare il disco per ricominciare.
C’è una fisarmonica in contromano su Rambuteau.
C’è che ti apre il silenzio quando bussi a piazza Carré.
C’è il ponte degli artisti e un vinello niente male.
C’è un freddo barbino e giungo le mani.
C’è un tizio che bestemmia .
C’è la Senna raffreddata che starnutisce turisti.
C’è un fruttivendolo che appoggia un kiwi come un diesis per ridare tono al mondo.
C’è da bersi Saint Michel finchè un taxi suonerà sulle sciagure umane.
C’è un clochard che legge a Saint Louis: un albero allunga un ramo per girargli pagina.
C’è il ventesimo per riprendersi da tanta bellezza.
C’è un pittore che schizza la fontana del Carosello.
C’è che mi sono perso nell’ottavo: Arc de Triomphe. Ho un maglione giallo e, già che ci sono, alzo le braccia.
Ci sono le arene sotto Austerlitz e l’eco di un tango lontano.
C’è odore d’erba al Montsouris esono in ritardo.
Ci sono due occhi belli a Parigi e non me li posso permettere.
C’è un semaforo tornato verde che mi dà speranza.
33 giri per un’ora di sogni: gracchia il disco sul punto di finire, parcheggio il velib e comincio la mia giornata, con un punto.
La sfida proposta da Marco Minghetti nelle Aziende Invisibili mi ha da subito affascinato come tutte le sfide difficili. Per un amante della letteratura calviniana, oltretutto, sul punto di pubblicare una raccolta di storie in cui le relazioni nascoste tra racconti e il rapporto tra lettore e scrittore si sviluppano attraverso codici multipli di interpretazione, le combinazioni erano davvero troppe per rinunciare a coglierla.
Come scrittore, sono sempre stato attento, quasi in senso ossessivo, all’analisi delle dicotomie: realtà / finzione, lettore / scrittore, significante / significato. La mia letteratura osserva il quotidiano e ne cerca un punto di vista inconsueto, attraverso il quale sviluppare paradossalmente e con metodo iterativo uno spunto che sbocci come storia. Come economista (ecco un’altra interessante dicotomia…), d’altra parte, la teoria dei giochi riveste all’interno del mio lavoro un ruolo fondamentale nell’analisi dell’interazione strategica tra agenti e delle possibili evoluzioni degli stati del mondo.
Quasi per deformazione, dunque, sia artistica sia professionale, ho trovato il progetto delle Aziende Invisibili fortemente innovativo. Quello che, più di tutto, trovo originale dell’impianto dell’opera, al di là dell’idea brillante della cover letteraria delle Città invisibili che riconosce nell’impresa un nuovo centro di azione sociale, al di là di qualsiasi giudizio sulle relazioni che in essa si sviluppano,,è senz’altro un’evoluzione del concetto di paternità dell’opera.
Altra dicotomia: individualismo dell’artista / scrittura multipla.
Le aziende invisibili propongono un nuovo modo di produrre scrittura, frutto non semplicemente di un’aggregazione di interventi, ma di una personalità mutante e unica che nasce dalle singole voci che la compongono. È qualcosa di molto simile allo sviluppo delle nuove piattaforme Linux: un codice condiviso che si arricchisce con il contributo unico di tutti e diventa sistema. Le aziende invisibili, dunque, è un romanzo in freeware che pone una questione dirompente: nel mondo della rete globale, della società liquida che si trasforma in modo proteiforme, della memoria che ha ormai una funzione misurabile in giga, non esistono alternative all’individualità del processo creativo?
Non è possibile, insomma, sfruttare tutte le potenzialità messe a disposizione dalla società della comunicazione e dell’informazione, per abbattere le barriere di genere fino ad adesso concepite e suggerire un nuovo percorso letterario?
Credo che Le aziende invisibili vada in questa direzione, con una contaminazione di stili, linguaggi, codici, know-how (per usare appunto il lessico di impresa) che suggeriscono spalancandone il portale un nuovo modo di descrivere il mondo.
Per scrivere la mia Ersilia, il profumo era un po’ quello delle pagine dell’Hofstadter di GEB e del dialogo tra Achille e la tartaruga: il paradosso, appunto, l’iperbole per iterazione che porta al non-sense dell’esagerazione. L’uroburo dell’inizio che contiene già la sua fine, per altro in splendida sintonia con l’illustrazione scelta da Luigi Serafini.
Mi piaceva riadattare la città dei fili ad un contesto aziendale di comunicazione sempre più diffusa e dispersa, imperniata sulla relazione che diventa anche altro di sé. E questo è il libro de Le aziende invisibili: come scriveva Borges, “non un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione. È un asse di innumerevoli relazioni”