Caro Jupo,
mi chiamo Simplet pur avendo una vita di complessi. Dove sei, ora? E quando?
Mi assilla pensare al tempo. E a te?
Perchè è nel tempo libero che mi sento più costretto?
La durata delle cose, misurata a periodi, specialmente secondo il corso apparente del Sole.
Ma che cosa vuol dire? Io il Sole lo vedo raramente: a Parigi il cielo è spesso un silenziosissimo rumore bianco.
Un bicchiere di latte che non si guasta mai.
E poi il Sole è troppo immobile nella sua velocità.
Ti ho già detto che sono complessato: come può pensare, un nanetto, di misurarsi e misurare con il Sole?
Il tempo per un nano è più breve?
Mi fa male la testa, ma lo avverto più nello spazio questo dolore.
Non riesco a dargli una durata.
Ecco, io duro? Nella città di Bergson faccio fatica a rispondere.
Il tempo che fa? Rotola, striscia, prosegue in linea retta, curva, si ferma, vola?
Alla finestra guardo il consumarsi del mondo che ha perso tutto e ha qualcosa più di ieri.

Più vivo e un po’ più morto, cerco di trovare la mia dimensione.
Ma come posso parlare di tempo che si dilata o restringe? Come posso alludere alle superstringhe, quando potrei benissimo perdermi nelle mie scarpe?
Sul tapis roulant, controcorrente, per non sentire il fluire della gente.
No, caro Jupo, non è il mio tempo forse.
Il tempo per me è una confusa ricerca di originalità e di scappatoie: scrivere è scavare una tana dove decidere una diversa durata.
Ovattata dal mondo, lontana. E la memoria cos’è?
Qualcuno che prende appunti tra i miei pensieri, in tutta fretta?
Scrivere e ricordare, scrivere e durare.
Tempi tecnici di smarrimento.
Tempi tecnici di ritrovamento.
La Recherche? Che ne pensi? Non credi che Proust, alla fine, non abbia raccontato nulla? Non ha forse scritto la storia di come una storia può essere scritta, l’idea di un libro che deve essere realizzato quando si finisce?
Diamo tempo al tempo.
Non stiamo solo cercando la misura del nostro respiro?
La scrittura col battito regolare in un elettroscriptogramma felice.
Prognosi narrativa da sciogliersi in dieci righe.
I pedali che girano armonicamente, la dannata paura di non riuscire a fare qualcosa di nuovo.
È un tormento aerobico, la vita. E la scrittura un inseguimento invano.
Originalità.
Cos’è, poi, l’originalità? È cercare con convinzione di ribadire le proprie origini. Tornare sui propri passi, riconoscendoli.
La vera novità è ripetersi.
Solo così la scrittura non sarà corta come il respiro di un nano, ma vento che rilassa.
E il cerchio si chiude, finalmente aprendosi:è l’eterno ritorno. Perchè l'otium dell'ammazzare il tempo è l'unico antidoto ai tempi morti.
La risposta di Jupo, compatibilmente al tempo, su Oblò Finlandese