lunedì, 30 luglio 2007

  Spinse l’ardore un migrante pazzo

A prendere il largo, salpando a Durazzo:

su un salvagente di margherite

dolci dalle onde appena lambite

 

volle raggiungere la fidanzata,

colf a progetto sottopagata;

le margherite, ha inizio la danza,

gli seminarono la Finanza

e, per non fargli giammai un torto,

anche la capitanerìa di porto.

 

Quando di già si vedeva Bari

(certo che i sogni costano cari...)

ad una ad una le margherite

si separarono, come contrite.

 

Di petalo in petalo, m’ama non m’ama,

il migrante pazzo il suo amore chiama.

E i fiori gonfi di lacrime in mare:

per il tapino nulla da fare.

 

Nell’affondare pensò a quegli occhi

Àncora estrema di estremi rintocchi:

infine scomparve con l’illusione

 

perchè l’amore non ha traduzione.

 

postato da: sgsondrio alle ore 12:08 | Permalink | commenti
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sabato, 28 luglio 2007

Buon fine settimana di quasi agosto.

L'estate decolla e io passeggio per le strade di Tirana: c'e' davvero tanta dignita' negli occhi anche delle persone piu' povere, assiepate ai bordi della strada dove improvvisi mercatini si costruiscono con la relazione all'ombra consunta di una Mercedes impolverata.

I cassettoni dell'immondizia rovesciati poco lontano, buche nell'asfalto che l'incuria dell'amministrazione rende pericolose, soprattutto quando di sera va via l'elettricita' o quando, come il sottoscritto, si e' distratti.

I continui black out, la gente di cui mi meraviglia la compostezza, in un momento davvero critico per il Paese; i ragazzini che urlano mille destinazioni incomprensibili davanti a bus imbarazzanti che sputano nuvole di gas nero nell'aria immobile, mentre un autista sdentato espande la sua risata parlando con non so chi al telefono e non mi capisce quando gli chiedo dove si prendono i bus per Durres.

Le mosche volano vicino alle bancarelle degli hot dog; io ho solo 50 leks in tasca e me ne servono altri 20 per comparmi una bottiglietta d'acqua: un donnone con gonna colorata mi dice che puo' bastare cosi', quasi timidamente.

I bambini giocano a basket dietro la cancellata di un edificio dismesso, Ilir in ufficio passeggia nervoso perche' deve finire un report entro lunedi'; nel bar isolato dal condizionatore immagino le chiacchiere di due belle ragazze raggianti, che incrocio di sfuggita con lo sguardo.

Mentre attraverso la strada, sulle strisce quasi dimenticate, traffico pazzo: clacson odore di crema Nivea il ronzio di un generatore.

La citta' perennemente a corto di energia mi da' la carica.

E' quanto basta.

Dov'e' che sarebbero, poi, questi Albanesi?

 

postato da: sgsondrio alle ore 11:55 | Permalink | commenti
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venerdì, 27 luglio 2007

Parecchie persone, negli anni, hanno manifestato una certa insofferenza nei confronti del mio nome, considerato troppo lungo da pronunciare. Non ho mai esattamente compreso a fondo la natura del problema: a me pare che 3 sillabe non siano poi la fine del mondo.

Lu-cia-no.

Sarebbe stato decisamente peggio con Aristogitone, Fiordiligio, Sofonisbo.

Anyway, il suddetto disagio ha prodotto una serie notevole di varianti che mi hanno accompagnato nel corso tempo:

 

-       Luci (tra i 6 e I 12 anni): durante gli spensierati anni delle elementari, mi piaceva molto questo nomignolo, che mi sembrava sottolineare la parte luminosa e non quella deretanica contenuta nel suffisso. Solo a distanza di tempo, e precisamente alle medie, mi accorsi dell’oscura nube che esso era in grado di sollevare sulla natura della mia sessualita’: da li’, forse, la confusione che freudianamente mi ha spinto quest’anno allo studio del flauto dolce (ma lasciamo perdere l’interpretazione psicanalitica)

-       Cano (12-15 anni) : gli anni delle medie sono quelli che ricordo con meno affetto; ero l’unico sondriese in una classe di valligiani oriundi di Castione. Castione sembra un tranquillo villaggio ma, attraversandolo in macchina, tra frazioni e frazioncine, lo si scopre avere un’estensione pari all’India con, per converso, una densita’ abitativa degna delle isole Far Oer. Il dramma, insomma, di ogni postino. Il mio compagno di banco si chiamava Sabrino (e stendiamo un velo pietoso…) e si rivolgeva a me sempre con il gradevole mottetto : ‘Cano, vü ciapÇŽi ?’

-       Lucky (15-19 anni) : al liceo c’era un mio compagno con il vizio dell’inglesizzazione dei nomi : Frank per Francesco, Devis per De Vivo, Paul per Paolo (questo era il piu’ tristo). Contro la mia volonta’ e, soprattutto, con la derisione di buona parte della popolazione sondriese, divenni malinconicamente Lucky, dubbioso per l’intera durata del liceo se  leggerlo  piu’ come il nome di un cagnetto con lingua penzolante o come quello di un improbabile camorrista, reciclatosi dopo un felice trascorso tra le gangs di New York

 

L’universita’, fortunatamente, mi ha risparmiato, salvo lo sciagurato tentativo di una ragazza padovana che, in preda ad un delirio letterario, si mise a chiamarmi Ciano, fortunatamente isolata da tutti come neanche la Svizzera nei trattati internazionali.

Arriviamo così ai giorni nostri : in Inghilterra la mia amicissima Federica ha coniato il nomignolo Lu, quello che tutt’ora preferisco perche’ e’ molto pratico e perche’ va su tutto : che ti chiami la madre o la fidanzata, che ti si rivolga qualcuno con affetto o con rabbia violenta, che tu vesta casual o elegante, Lu e’ una sillaba che soddisfa pienamente.

Unica pecca il fatto, scoperto tardi, proprio in terra nemica, che lo slang inglese definisce lou quelli che, goticamente, alla stazione di Piona sono denominati cessi.

 

Insomma, il mio nome sembra non avere pace : ieri Klisti, figlio di due anni di Ilir, girandomi intorno come una trottola ha cominciato a chiamarmi Cia’.

Cia’ puo’ andarmi bene in Albania : comodo per salutarmi e chiamarmi con un’unica espressione, dialettalmente ha una certa funzionalita’ anche per frasi come ‘Cia’ che andiamo’.

Ho preso in braccio Klisti e lui mi ha tirato dell’acqua addosso: nel dargli un bacino, ho completato la cerimonia dell’ennesimo battesimo artigianale.

  

Così ieri sera ho pensato a questo post, mentre sul balcone guardavo la luce del Sole affievolirsi come un accendino un po’ scarico : molti di voi gia’ sanno che ho un secondo nome curioso, complice il cattolicesimo sincero di mia madre che, essendo io nato in maggio, ha o-maggiato la Madonna accompagnando il primo nome Luciano con quello protettivo di Maria.

 

Prima di rientrare in casa, sorridevo con uno sguardo vagamente ribelle, pensando che potrei sovvertire usi e costumi inducendo amici e parenti a chiamarmi Maria.

Anzi, Mary.

 

Il fuoco della rivoluzione e’ pero’ durato un attimo : mentre anche il vento soffiava sull’ultimo fiammifero di tramonto, ho deciso di piegarmi democraticamente al volere della maggioranza.

 

Non saro’ Mary. Non saro’ Mary per sempre.

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giovedì, 26 luglio 2007

Sto leggendo un libro a tratti difficile, ma incredibilmente stimolante: si intitola 'L'universo elegante' (edito da Einaudi) e, in sostanza, spiega la teoria delle superstringhe (una sorta di TOE, Theory of everything) come ultima miracolosa sintesi prodotta dalla fisica moderna per riconciliare relativita' generale e meccanica quantistica.

Sara' che di fisica non ho mai capito nulla al liceo ma che nutrivo una simpatia viscerale per la figura di Einstein; sara' che l'autore (Brian Greene) e' davvero abile nel presentare teorie complicatissime con la forza immediata di un'immagine, senza bisogno di equazioni.

Fatto sta che ho avuto l'illuminazione e ho finalmente capito, almeno intuitivamente, la relativita' einsteniana.

Detto questo, la curvatura dello spazio e del tempo mi affascinano per tanti motivi: trovo profondamente letterario che quella che definiamo realta' sia, in realta' (e mi si scusi per il pleonasmo) uno sfaccettato prisma a piu' dimensioni che modifica il suo comportamento esattamente come facciamo noi.

Se lo spazio non e' immutabile come lo percepiamo, questo mi da' speranza che i punti di vista possano sempre ampliarsi e aprirsi a nuovi orizzonti. Mi da' speranza che l'evoluzione e il cambiamento siano insiti nella natura umana.

Trovo incredibile che una sola persona sia riuscita a pensare alla luce e alla sua velocita' come variabile discriminante nel deformare, accorciandoli o dilatandoli, chilometri e secondi.

Noi, appunto, non riusciamo a percepire il fatto che lo spazio e il tempo sono relativi al moto di ciascuno perche' ci muoviamo a velocita' infinitesime e non a 300.000 km al secondo. Detto questo, e vengo al punto di questo noioso post, lo stupore con cui guardo alla fisica moderna mi serve per pensare al resto della mia vita con maggiore delicatezza.

Qui a Tirana mi accorgo di una relativita' generale applicabile alle vite umane: dall'altra parte dell'Adriatico, la velocita' con cui nervosamente andiamo al lavoro, nervosamente suoniamo il clacson, nervosamente ci affolliamo nel metro, nervosamente riceviamo e facciamo mille telefonate al giorno, nervosamente ci arrabbiamo con il prossimo, ha ormai raggiunto soglie invidiabili di patologia e ci impedisce di accorgerci, appunto, di quanto il tempo possa rilassarsi, dilatarsi come un gomitolo sbrogliato.

L'Albania non e' neppure un Paese poverissimo: immagino cosa senta la mia amica Camilla in India, in questo momento, Lia in Zambia o Ines nella Cina rurale. Mi sento vicino a loro, adesso, meravigliosamente.

Silenzio, dimensione umana della vita, piacevole consapevolezza del proprio corpo.

Servirebbe a tutti, davvero, una 'gita' in un Paese cosiddetto 'disagiato', un incontro con luoghi dove il rapporto tra uomo e ambiente e' ancora autentico e vero.

Non ho conferme sperimentali alla mia teoria, certo, ma mi sento felice e, se qualcuno dovesse farmi delle osservazioni o ricordarmi chei dati empirici sembrano mostrare il contrario di quello che affermo, risponderei come fece Einstein quando gli chiesero che cosa avrebbe pensato se l'evidenza empirica avesse sancito il fallimento della relativita':

'In quel caso' disse 'mi sarebbe dispiaciuto molto per il buon Dio, perche' la mia teoria e' giusta'

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mercoledì, 25 luglio 2007

Pochi giorni fa, in Albania, ci sono state le elezioni per il presidente della Repubblica. Con un colpo di mano (5 deputati socialisti, all'opposizione, hanno votato il candidato della maggioranza), ha vinto un uomo della destra liberale, fido scudiero di Berisha (il premier).

Ilir, il mio capo, scuoteva il capo preoccupato: troppa concentrazione di poteri per il presidente del consiglio, che ora ha anche la possibilita', tramite il presidente della Repubblica, di rimuovere i magistrati a lui invisi. Un presidente del consiglio che si e' fatto da solo e che, ormai, dopo il crollo del regime, non e' piu' socialista come un tempo.

Un presidente del consiglio forte di una maggioranza piegata al suo volere, ispiratore di un personalismo quasi idolatra.

Un presidente del consiglio che, ora, a quanto dice Ilir, sempre piu' preoccupato, punta al controllo dei media:

'Vuole comperare le televisioni' mi ha detto con un tono nervoso

'Beh' gli ho risposto io 'Niente paura! E' l'ultimo passo e poi anche voi sarete una democrazia compiuta'.

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martedì, 24 luglio 2007

Oggi sono salito sul bus per piazza Skaldelberg (centro centro): un biglietto costa 20 leks (circa dieci centesimi di euro).

Il prezzo e' onestamente minimo, cosi' come la probabilita' di arrivare a destinazione.

A parte questo, pero', mi sono seduto e ho guardato in giro: accanto ad un prete ortodosso, infatti, sedeva spensierato un televisore. Tutti e due se ne stavano composti, ognuno nel suo scranno: il primo sembrava uscito da un'icona bizantina e il secondo da qualche discarica dell'Unieuro.

Ad un certo punto, il sacerdote e' sceso sorridendomi cortese, mentre il televisore ha proseguito il suo viaggio nella massima indifferenza di tutti.

Arrivati a piazza Skaldelberg, anche io ho dovuto accomiatarmi da Telefunky (l'ho battezzato cosi'), fermandomi ad osservare il bus che ripartiva in una nuvola di azoto e pensando a dove mai quel televisore potesse andare di bello.

Chissa'... Certo e' che, anche in caso di guasto, non sara' un problema per lui fare autostop.

Ha almeno quattordici pollici da alzare all'insu'.

 

 

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lunedì, 23 luglio 2007

Qual e' la differenza tra poverta' e ricchezza? Passeggiando per Tirana, il modo migliore di darsi una risposta, forse, e' dare un'occhiata ai bar e ai ristoranti: in una citta' di 700.000 abitanti, ce ne sono una miriade. Alcuni kitsch, alcuni posh, ma cio' che conta, in termini di qualita', e' che non sfigurerebbero neppure in corso Como.

Ai lati delle strade, invece, condomini decadenti di epoca comunista, piccole botteghe doveimprobabili commercianti cercano di sbarcare il lunario, rifiuti e palazzi dismessi...

Il contrasto e' impressionante: eppure, quando si entra nei locali, e' come isolarsi all'interno di un acquario, staccare la spina e non pensarci piu': chissenefrega se non c'e' acqua per la popolazione.

Cio' che conta e' avere un posto dove berci sopra.

La differenza tra poverta' e ricchezza, specialmente in questa stagione, e' palpabile attraverso i sensi: in particolare, olfatto e tatto.

Appena si entra in un bar, o in un ristorante, si e' piacevolmente invasi dalla brezza del condizionatore, che fa bella mostra di se' davanti all'uscio: il chiacchiericcio e le risate facili proseguono col lento brontolio litanico dell'aria che viene costretta a modificarsi.

Forse e' proprio una bella metafora: l'aria che conduciamo attraverso il condizionatore per farci sentire piu' liberi.

Di una liberta', appunto, condizionata.

Quando si esce, pero', si e' immediatamente travolti dall'inferno dei 40 gradi senz'ombra: l'aria ti si appiccica ai vestiti e, forse per la prima volta, pensi a quei poveretti che, ai bordi della strada, cercano di vendere banane nerissime o raccattano lattine nei cassonetti della spazzatura.

La tentazione e' quella di tornare dentro, nell'isola della dimenticanza: siedi ad un tavolino, ricominci a chiacchierare e, improvvisamente...

POF.

Va via la corrente e, democraticamente, l'aria si fa irrespirabile anche dentro, costringendo i tuoi pensieri a galleggiare stancamente nell'afa insopportabile di questo spicchio di Balcani. Cosi', anche i proverbi si spezzano a meta', mentre ritrovi la consapevolezza di un'umanita' da condividere: e finalmente ti accorgi che siamo tutti nello stesso bar...

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venerdì, 20 luglio 2007

Cari amici,

eccomi in un Internet cafe' di Tirana. Devo dire che la tastiera e' una perfetta metafora di come si sta qui: ogni cosa e' al posto sbagliato o, quanto meno, dove non te l'aspetti.

Cosi' l'accento e' dove dovrebbe essere il punto di domanda e i due punti in corrispondenza della chiocciola.

Per trovare la chiocciola, poi, mi sono rivolto al tipo che gestisce il posto e lui, guardandomi come un mentecatto, mi ha detto, come se fosse ovvio, di schiacciare F9....

Va beh, che dirvi? Fa un caldo terrificante, ci saranno 6-7000 gradi fuori.

Tirana e' un guazzabuglio incredibile, venuta su come un brufolo nella notte.

Ma mi piace e le persone sono divertenti. Ieri in nave il barman sorrideva a vedere l' unico italiano che non capiva una cippa di quello che gli dicevano intorno: mi e' parsa la giusta rivalsa per chi, solitamente, la discriminazione la subisce.

Oggi primo giorno di lavoro ma i ritmi balcanici mi piacciono: caffe', pausa di due ore perche' va via la corrente, tabella excel senza troppa lena, pranzo, caffe', pausa di 3 ore perche' va via la corrente, altra tabella excel, s'e' fatta 'na certa e ci vediamo domani...

Ogni Paese si riflette nella sua lingua e infatti l'albanese da' la sensazione compiuta, riflettendosi, di essersi frantumato in mille pezzi come uno specchio.

Il guaio e' che le singole tessere, in qualunque modo le giri, non si riposizionano nella cornice neanche a forzare.

Spero di tenere un piccolo diario di viaggio su questo blog, anche se Internet e' davvero lentissimo: oggi ho provato la sensazione da madeleine nell'ascoltare il vecchio rumore del modem che si connette a 56K.

Ora vado a comperare da mangiare: c'e' un formaggio che m'attizza ma potrebbe essere stato fatto letteralmente con latte comunista, nel senso di fine anni '80.

Comperarlo o non comperarlo? Questa stasera e' per me la vera questione balcanica.

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lunedì, 16 luglio 2007

Berlino è una città che si muove con te, che cambia mentre ci passeggi in mezzo: paradossalmente, i resti di quel Muro così odioso e presente sono l'emblema della flessibilità e della capacità di cambiare.

Potsdam Platz è un vero sorriso al futuro, fantasia al potere che si materializza in edifici che stanno su neanche tu sai come; il soffitto della Reichstag, il dinamismo di una vita culturale fresca e giovane, le strade che pulsano di felicità curiosa.

Berlino è una città che è stata pensata e che pensa al suo domani.

Berlino è l'incontro di persone che vogliono condividere qualcosa perchè, solo condividendo, ogni singolo individuo può realizzare i suoi sogni.

Berlino è una magia che ti arricchisce mentre tu arricchisci lei.

Berlino è LA MIA città, stasera, e sono felice

berlino%20Postdamer%20Platz

postato da: sgsondrio alle ore 20:23 | Permalink | commenti
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venerdì, 13 luglio 2007

Piove a Berlino

Alla Berlina

l'acqua di Colonia.

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