domenica, 18 maggio 2008

Non ho una grande sensibilità per la scultura. Forse è stato solo un colpo di fortuna, capitarle di fronte al momento giusto. In un attimo di apnea della folla che riempiva il museo. Anche lo scricchiolio del parquet sottolineava il momento. E c'è qualche secondo in cui sei solo tu e quella statua. Non c'è nient'altro al mondo. La tensione, il trasporto lirico del marmo che sembra continuare un abbraccio di passione oltre, lontano. La scultura che sconfina nella poesia, traducendola. E quasi cerchi la terzina dantesca nell'aria.

Che respiri essenziale. Presente. Un vortice di pensieri che diventano materia, la leggerezza della materia che si fa di cielo. Dov'è la musica di questo silenzio? Le dolenti note. Forse la polvere del marmo appena scolpito, che si appoggia a terra, esausta e libera. La nuvola di genio che svela, piano piano, la creazione.

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giovedì, 15 maggio 2008

A Parigi, in questi giorni, il cielo era pulito come una tovaglia azzurra stesa al vento.

L’altra sera sono uscito per una passeggiata ormai consueta e mi è venuta voglia di fotografare.

Uno dei luoghi che mi piacciono di più è la piazza interna del Louvre: ti separa della realtà, anche se solo per pochi istanti. Soprattutto la sera tardi, quando non ci sono più persone, è un tesoro di silenzio.

Un attimo prima, le macchine e il caos di Rue de Rivoli. Un istante dopo, la meraviglia di trovarti al centro del mondo. È come un’anticamera dolce, che ti guida verso i giardini delle Tuileries. E poi lungo la Senna.

Eppure, mano a mano che la passeggiata si svolgeva, il desiderio di fotografare andava scemando. O meglio, tornava indietro nel tempo.

Non sono attimi, questi, da buttare via con un telefonino o con una macchina digitale.

Sono frasi, piuttosto, da scrivere con l'inchiostro di un tempo lontano. Parigi è una città da vecchi rullini.

La speranza racchiusa in 24 o 36 pose, da sudare con la fatica degli attimi indovinati. Felici che il cuore di un carciofo si possa raggiungere senza sprechi ed evitando sapientemente le spine.

Parigi non è rumore di serate sguaiate. Non è confusione di parole in eccesso. Parigi ti dà la gioia di qualcosa di essenziale e semplice.

Come, appunto, le vecchie fotografie di una volta. Improvvise o fortunate come un’intuizione. Scorci che, incomprensibilmente, ti dicono qualcosa.

E scatti senza sapere cosa ne verrà fuori.

Le fotografie di una volta sono quello che è la scrittura per me. Cominciare una frase quasi per caso, intuendo uno sviluppo che rivela la sua prospettiva solo dopo essersi affidati al tempo. 2007_09_7165b_NB

Ansioso che finisca la pellicola per vedere cosa ne è uscito. E ritrovarsi in un ricordo. O sorprendersi di qualcosa che non si pensava di avere visto o che non si vedeva di aver pensato.

Parigi è l’emozione di quello scatto al buio. Di una speranza che potrebbe realizzarsi così come rivelarsi vacua, ma non importa perché quel che conta è fidarsi per un attimo del mondo.

Magari ti viene in mente una rima e la fermi su un foglio. Magari ti verrà mossa oppure non metterai bene a fuoco il tuo cuore. Magari il sorriso ti si incepperà sul volto nell’accorgerti che hai perso l’attimo. La scrittura è sensibile e si impressiona facilmente. E Parigi è delicata come una camera oscura.

Ma nessuna delusione è troppo grande di fronte all’originalità un po’ bambina di chi riesce a creare. Scrivendo l'ultima di 36 frasi col rumore dei pensieri che si avvolgono e di un rullino-racconto da sviluppare.

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martedì, 06 maggio 2008

Sentirsi come un palloncino, piuttosto contento di lasciare terra. Sufficientemente sicuro di perdersi, di dimenticarsi. Certo che il proprio elemento naturale sia il cielo. Vagamente, da qualche parte lassù.

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venerdì, 02 maggio 2008

Dopo quasi tre settimane, è interessante spulciare i dati della provincia di Sondrio, per fare un confronto tra politiche ed amministrative.

Qui è d'uopo dare un'occhiata solo ai risultati del PD.

Nella circoscrizione del capoluogo, il centro-sinistra ha ottenuto 4394 voti al Senato e 4834 alla camera (circa 500, in entrambi i rami del Parlamento, sono i voti dell'Italia dei valori). In sostanza, il PD si attesta sui 4000 voti, con una percentuale del 29%.

A livello di amministrative, il neo-sindaco Molteni ha preso 7106 voti. La lista PD ha ottenuto 1656 voti, cui vanno aggiunti (per simpatia, grazia e misericordia) i 2030 voti della lista civica del sindaco Sondrio Democratica e i 724 voti (davvero risultato eccezionale) della lista Sondrio 2020.

Volendo considerare le tre liste come bacino elettorale potenziale del PD (perchè siamo gentili e non ci poniamo il problema del perchè il PD non sia riuscito a farsi riconoscere come simbolo unificante già prima delle elezioni dalle due altre liste), si ottiene un totale di 4410 voti.

Quindi, a occhio e croce, ci sono già 400 persone che hanno votato in un modo alle amministrative e in un altro alle politiche. Lasciando perdere le altre 2800 che hanno comunque votato Molteni (Sinistra Arcobaleno, Sondrio Accesa e Partito Socialista) e si sono guardate bene dal votare Veltroni sul nazionale.

Non mi sembra esattamente un risultato esaltante. Lo leggerei come campanellino d'allarme.

Invece, si viene invitati a riconoscere che c'è un gruppo dirigente che, con scelte difficili, è riuscito a riconquistare Sondrio.

Dopo un giro di consultazioni, perciò, ecco la nostra serena analisi:

pag_01 - Titolo di copertina, prima parte

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mercoledì, 30 aprile 2008

Faccio mea culpa per non avere compreso la strategia illuminata dei grandi politici del PD valtellinese. Mi chiedevo quale mai potesse essere il  sottile disegno di queste menti superiori, capace di portare il PD a raggiungere risultati così minimi da affossare le Prealpi Retiche a tutto vantaggio di una bassezza pianurale tipicamente padana.

Faccio dietrofront di fronte ad un simile brain storming, a questa tempesta di cervelli fini. Instancabili lavoratori che, nel silenzio indefesso del loro studio, contribuiscono all'entropia con sforzi encomiabili.

Lombrosianamente, con uno spirito positivista del tutto fuori luogo, mi chiedevo che cosa potesse spingere un elettore ad identificarsi in loro:

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Poi, tra le mani, mi è capitata una vignetta di Altan di qualche anno fa e ho capito.

Ho capito le ragioni ultime della segreteria PD a Sondrio.

"Prima volevamo Tutto Mai. Ora preferiamo il Niente Subito".

 

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martedì, 29 aprile 2008

L'altro giorno ho dimenticato le chiavi di casa all'interno.

Mentre la porta sbatteva, con un rumore sordo, realizzavo in un attimo durato anni che era ormai avvenuto l'irrimediabile. Vivo sempre crisi metaforiche, per definizione. E questa non si sottrae. Sono due settimane in cui, se dovessi descrivere il mio rapporto con l'Italia, direi così: essere rimasto fuori da casa con una buona responsabilità propria.

E la chiave di tutto è lì dentro.

Per cui, se vuoi rientrare in possesso dei tuoi averi, ma anche del tuo essere, devi ingegnarti: o rientrare dalla finestra, ma è al terzo piano e volare costa (sopratutto senza aiuti di Stato, chè in Europa non vale).

Oppure scassinare la serratura. Entrare di forza.

E possibilmente cambiarla, questa chiave. Una volta per tutte.

Piove da matti, a Parigi. Fa freddo dopo un weekend quasi estivo. Dopo un pranzo veloce, smaltisco le tossine della mia frustrazione leggendo dell'entusiastica elezione di Renato Schifani a presidente del Senato. Marco Follini reclama per contro una svolta centrista del PD, scatenando in me la domanda: e quando è stata quella a sinistra?

Transfugo politropo multimoderato.

Che, tradotto in linguaggio salutare e più sobrio, diventa: che incredibile faccia di culo.

Mentre attendo la resa dei conti, rinuncio a quella dei baroni: non è il momento di rifugiarsi sugli alberi perchè non si ha voglia di mangiare le lumache.

E' piuttosto l'ora di muoversi, invece, e di proporsi e di proporre. Nuove persone, nuovo vivere civile.

Non avere paura di utilizzare le parole CULTURA, SINISTRA, UMANISMO.

Che non possediamo i mezzi di informazione, lo abbiamo capito.

Che i sopradetti mezzi costituiscano un grimaldello feroce, un cavatappi efficacissimo nel trasformare in sughero i cervelli cloroformizzati di milioni di persone, pure.

Ora che la verità è stappata, però, facciamo decantare i neuroni. Denunciare gli errori nel modello di questa destra, ma smantellare pure quel substrato di cultura clientelare e familo-ignorante che ha pervaso e pervade molta sinistra.

Fatta di persone incompetenti che, da anni, non si capisce bene che cosa facciano nella vita se non cercare il proprio nome sul giornale a furia di congressi autoreferenziali ed elezioni plebiscitarie. Tanto da sentire spesso la domanda: "Ma che lavoro fa, quello lì? Non l'ho mai capito".

Da qui all'efficacia dell'orribile argomento berlusconiano del "i politici non hanno mai lavorato un giorno", è un attimo. Il ragionamento è chiaramente fallace e privo di logica. Eppure sarebbe ora di togliere questo benedetto velo di Maja che abbiamo colpevolmente protetto a più livelli.

Persone che, detto fuori dai denti, non conoscono la storia del nostro Paese, nè la sua Costituzione. E che si candidano a posizioni di spicco all'interno degli organi di partito.

Che vivono di quello.

E la cosa non è affatto banale. Sono piuttosto stanco di prendermi dello snob da persone di dubbio spessore.

Che la politica debba essere semplice, non significa che si debba usare un linguaggio da sempliciotti.

Ancorate ad una visione tolemaica della politica, restie ad accettare che il Sole non giri attorno a loro, queste persone si sono perfettamente calate nel modello da loro stessi criticato: clientelismo, familismo amicale. Autoreferenzialità barocca.

Io fo un favore a te

tu fai un favore a me

e il giro tonto è chiuso

da qui al 6003.

Basta.

Arriveranno anche nomi e cognomi, statene pur certi. E' che la lista è lunga e mi presenterò al momento giusto con una proposta. Trovo che sia giunto il sano momento di attaccare.

Le categorie sociali rappresentate sono svariate: segretari di sindacati dall'incompetenza confederale, manager in dismissione di municipalizzate lilliputziane, pluri-trombati elettoralmente travolti da slavine glaciali.

Se vogliamo ricostruire una classe politica degna di questo nome, facciamolo. Ne abbiamo la possibilità e le capacità. 

Ma non nascondiamoci dietro ad un dito.

L'indice delle cose da fare parte appunto dalla prima pagina. E non si può ricominciare con protagonisti già uccisi nei precedenti romanzi.

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martedì, 29 aprile 2008

Domenica a Giverny era una giornata lenta.

Di quelle lentezze, però, che accarezzano il tempo, come un remo che sfiora l'acqua. Passeggiando per i sentieri fioriti della casa di Monet, forse mi sono affezionato ancora alla malinconia. Ad una sorta di felicità crepuscolare.

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Ma è solo una pausa di riflessione. C'è ancora molto da fare e anche voglia di farlo. Le ninfee erano morte in acqua, immobili come un attimo che si vuole cancellare.

C'è tempo per avere voglia di dipingerle. Per girarsi indietro a contemplare una felicità che, invece, non è ancora fiorita.

Ora è meglio guardare avanti, piuttosto, e cercare un fotografo dove esporre con paura i propri tentativi di esprimersi. Mi viene in mente una striscia dei Peanuts, con cui auguro a tutti una bella settimana:

"E' inutile preoccuparsi che oggi potrebbe essere la fine del mondo. In Australia è già domani".

 

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venerdì, 25 aprile 2008

Buon 25 aprile a tutti.

"La propaganda e anche l'azione socialista ebbe sino ad ora, e forse fu necessario, un carattere prevalentemente economico. Fu forse necessario perché é assai difficile, per non dire utopistico, andare cianciando di morale, di valori spirituali, di doveri, a chi soffre la fame in un tugurio. Condicio sine qua non è la conquista di una relativa autonomia economica; senza di questa nulla si può fare. Tutto cozza contro la miseria; la miseria è la gran nemica, forse quanto la ricchezza.

Ma via via che le condizioni economiche si fanno migliori, via via che la classe lavoratrice riesce ad assicurarsi un tenore di vita decente, e questo è già avvenuto in molti paesi e in Italia almeno per qualche categoria, un nuovo gigantesco problema si pone. Quello della conquista dei beni morali, dell'autonomia spirituale, quello della personalità. L'autonomia economica sta bene. Maggiore eguaglianza, più diffuso benessere sta bene. Ma il socialismo e il movimento operaio non possono arrestarsi a questo punto. Non possono limitarsi a curare il perfezionamento degli ordinamenti collettivi tanto più che qualunque lavoro solido al centro dove avere la sua base nella periferia, nelle singole coscienze. La parola emancipazione va intesa dunque in senso integrale.

...E' chiaro che giunti a parlare dell'azione futura troppe cose vi sarebbero da dire. In breve mi sembra che, sia in pratica che in teoria, dovrebbe e potrebbe essere di guida ai socialisti un ideale di autonomia e di libertà. Si deve procedere non dall'alto al basso, non dal centro alla periferia, ma all'inverso. Il socialismo in tutti i suoi aspetti non ha da essere frutto di imposizione, ma di conquista, anzi di autoconquista; deve essere una creazione autonoma delle classi operaie. Deve sprigionarsi naturalmente dallo stesso moto operaio, dalle esperienze infinite delle leghe, delle cooperative, delle istituzioni culturali. E' proprio del vangelo marxista la formula che l'emancipazione del proletariato deve essere opera del proletariato stesso. Non bisogna dare troppa importanza alla conquista del potere politico, e considerarla come la conclusione di un gigantesco permeamento dello Stato. Non avere troppa fede nelle leggi, nella legislazione sociale. Si possono fare tutte le leggi, ma se esse non costituiscono la sanzione di uno stato di fatto e non riposano nella coscienza degli uomini, sono vane astrazioni.

Insomma i socialisti hanno da avere più fede in loro stessi. Lavorino, esperimentino, senza pregiudizi, pronti a ricominciare e a mutar rotta se è necessario. Non si prefiggano un programma troppo rigido. Ciò che è bene oggi è male o può essere male domani. Credere nella libera iniziativa, nelle creazioni spontanee.

Giunti a questo punto cosa rimane delle rancide e stantie obbiezioni dei liberali borghesi che guardando troppo alla carta stampata e poco ai fatti, amano ancora dipingere i socialisti come collettivisti accentratori, negatori di ogni libera iniziativa, spregiatori dei valori individuali?

Mi posso considerare liberale?

Accenno di sfuggita a quello che a mio parere può, deve essere lo stato d'animo e l'abito mentale di un socialista liberale.

Io non credo alla dimostrazione scientifica del socialismo; non credo di possedere la verità assoluta; non intendo inchinare la fronte a dogmi, non mi illudo di avere in tasca la chiave dell'avvenire. Sono socialista per un insieme di principi, di esperienze, per la convinzione tratta dalla studio dell'evoluzione dell'ambiente in cui vivo; sono socialista per coltura, per reazione, ma anche, lo dico forte perché mi sentano certi assoluti deterministi o incartapecoriti marxisti, per fede e per sentimento. Non credo che il socialismo sarà e che la classe lavoratrice si affermerà nella storia per la fatale evoluzione delle cose, volontà umana a parte. A chi mi parla codesto linguaggio replico con Sorel, e qui sta tutto il mio volontarismo: "il socialismo sarà ma potrebbe anche non essere".

 Il dubbio, ecco il dubbio che sorge, ecco il relativismo che compare; ecco la critica che si afferma. In questo dubbio che spinge prepotentemente all'azione, in questo relativismo che induce al rispetto degli avversari e che li considera come sprone, freno e controllo, in questo demone critico che accompagna ed obbliga a non straniarsi dalla realtà ma anzi a rivedere continuamente, alla luce delle nuove esperienze, e teoria e pratica, sta appunto a mio parere lo stato d'animo liberale di un socialista.

Si è detto che il liberale è in fondo uno scettico. Non è vero. E' piuttosto un relativista. Si teme da varie parti che lo stato d'animo liberale conduca ad un indebolimento della teoria e sopratutto a minore fermezza nella fede professata. Ma quanto più solida e radicata é quella fede che non teme la critica e il lavoro di erosione degli avversari, che anzi lo desidera, e che nel bagno diuturno nella realtà trova sempre nuove ragioni per affermarsi. Ma quanto più forte è quel partito e quel moto che riconosce il diritto alla vita ai suoi avversari, che anzi quasi direi li desidera, che dichiara di non rinnegare e non rinnega, nel giorno del trionfo, lo spirito di quell'ordinamento liberale che permise ad esso minoranza oppositrice, di crescere e di rafforzarsi, e che a sua volta permetterà l'esistenza e lo sviluppo di altre ideologie e di altri movimenti ancorché contrari!

Giunti a questo punto è bene essere franchi. Per un complesso di fattori che sarebbe troppo lungo esaminare è un fatto incontrovertibile che in Italia non è mai esistito un partito socialista e un movimento operaio che potesse dirsi veramente, in quanto a metodo, specie dal lato formale, liberale.

 Ma i cinque anni del dopo guerra debbono pure avere insegnato qualche cosa alla classe lavoratrice. E se il mito accreditato dal fascismo, di un fascismo cioè che avrebbe impedito la rivoluzione, può aver distrutto la prima grande esperienza del proletariato italiano, la lotta contro la dittatura fascista avrà indotto al rispetto e all'amore dei principi di libertà e di democrazia.

    Penso che non sia mero caso che proprio dalle fila socialiste provenga questa volta uno dei martiri più puri della libertà: Giacomo Matteotti.

CARLO ROSSELLI"

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giovedì, 24 aprile 2008

Sono il primo a pensare che sia necessario cambiare registro, entrare in una nuova fase dialettica. Riuscire a interpretare la realtà correttamente. E pure con umiltà. Parlare con chi avverte un disagio e ha meno strumenti. O anche con chi non ne può più e non necessariamente vede nella politica una possibilità perchè le cose cambino.

Ridare fiducia, trasmettere un entusiasmo ragionato per proporre idee e costruire un progetto concreto di vivibilità. Il civico sentirsi parte di una comunità di diritti.

Poi leggo certe cose e non capisco.

Questo giovane è stato eletto al Parlamento Italiano.

Per la precisione, all'interno della legge porcata, era candidato in un posto blindato (al quarto) nella lista del Trentino Alto Adige. Di trentina ha soltanto l'età, perchè gli si deve riconoscere che è giovane. Per il resto, non rappresenta assolutamente la comunità che lo ha eletto ed è il risultato di una selezione dall'alto, sempre per la verità ai massimissimi livelli. 

Parlare di Sondrio come una città che rischia di finire in mano ai comunisti;  una città in cui ci si deve sentire sicuri di passeggiare la sera.

Parlare di Sondrio come di una città.

Siamo veramente a forme di ignoranza primordiale che non mi è dato comprendere. L'autostrada in cui vanno tutti contro-mano e ti suonano pure il clacson perchè, evidentemente, disturbi il traffico.

Io sono certo che i Sondriesi siano in grado di comprendere, almeno a questo livello, la posta in gioco e l'importanza della segnaletica civile.

 

 

 

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martedì, 22 aprile 2008

 Primato della campagna...  

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...o campagna da primati?

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